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analisi 2001 odissea nello spazio

 

Analisi 2001 Odissea nello spazio — Stanley Kubrick

 

 

 

 

 

scimmie 2001

In Afri­ca un grup­pi di uomi­ni-scim­mia soprav­vi­vo­no a loro stes­si, ciban­do­si di pian­te e di uno spa­zio sco­no­sciu­to.

Un mat­ti­no il capo del bran­co del­le scim­mie, il pri­mo a sve­gliar­si, nota la pre­sen­za di un paral­le­le­pi­pe­do nero eret­to, di media gran­dez­za.

Le scim­mie lo accer­chia­no con gri­da acu­te, alcu­ne si rag­grup­pa­no e lo cir­con­da­no, o addi­rit­tu­ra si avven­tu­ra­no a toc­car­lo. Poco dopo, scom­par­so il mono­li­to, il capo clan, fru­gan­do tra ossa di tapi­ro, ha l’i­dea (susci­ta­ta, sug­ge­ri­sce il mon­tag­gio, dal ricor­do del mono­li­to) di pren­der­ne uno per ser­vir­se­ne come stru­men­to per col­pi­re altre ossa, far­le sal­ta­re, poi distrug­ger­le.

2001 odissea scimmia

Gli uomi­ni-scim­mia si ser­vo­no del­l’os­so arma per pro­cac­ciar­si il cibo e con­qui­sta­re una fon­te d’ac­qua. Qui ha luo­go un vio­len­to scon­tro tra due clan. La tri­bù di cui seguia­mo la sto­ria uti­liz­za l’os­so: arma per pren­de­re van­tag­gio sugli avver­sa­ri e stor­di­re il loro capo.

L’ap­pa­ri­zio­ne del mono­li­to ha segna­to un pas­sag­gio fon­da­men­ta­le: l’uo­mo si è tra­sfor­ma­to. ll pri­mo segno di que­sta tra­sfor­ma­zio­ne è un’intuizione, una nuo­va asso­cia­zio­ne men­ta­le che gli ha fat­to sco­pri­re l’u­so

del­lo stru­men­to per aggre­di­re più effi­ca­ce­men­te, cioè per esse­re vin­cen­te nel­la lot­ta per l’e­si­sten­za.

La scim­mia diven­ta car­ni­vo­ra, ucci­de per una sor­gen­te d’ac­qua e si sen­te poten­te.

L’e­vo­lu­zio­ne del­la spe­cie ha avu­to ini­zio con la com­pe­ti­zio­ne: la lot­ta per la vita, uno dei fon­da­men­ta­li mec­ca­ni­smi del­l’e­vo­lu­zio­ne sia bio­lo­gi­ca che cul­tu­ra­le. Urlan­do il pro­prio trion­fo, l’uo­mo-scim­mia lan­cia l’os­so ver­so il cie­lo, frat­tu­ran­do il tem­po ver­so il 2001.

poster 2001 odissea nello spazio

 L’e­vo­lu­zio­ne, sem­bra dir­ci Kubrick, non si è mai arre­sta­ta: l’in­tel­li­gen­za ha per­mes­so all’uo­mo di supe­ra­re lo sta­dio ani­ma­le per affer­ma­re il suo pre­do­mi­nio di fron­te alle altre spe­cie del­l’u­ni­ver­so. La sce­na con­ti­nua nel­lo spa­zio, l’ho­stess com­pie un per­cor­so a 360° in assen­za di gra­vi­tà per ser­vi­re un da pasto adat­to all’as­sen­za di gra­vi­tà, cam­mi­nan­do al suo­lo con del­le suo­le ade­si­ve. L’uo­mo ha rea­liz­za­to defi­ni­ti­va­men­te il suo domi­nio nel­l’u­ni­ver­so attra­ver­so l’in­tel­li­gen­za e la tec­no­lo­gia.

2001 odissea nello spazio

La sta­zio­ne spa­zia­le e le astro­na­vi sono ambien­ti aset­ti­ci, fred­di come i rap­por­ti inter­per­so­na­li e Ia vita rima­ne con­ge­la­ta (gli astro­nau­ti iber­na­ti nel Disco­ve­ry). Kubrick, al pari di Nie­tzsche, met­te in scac­co la fidu­cia nel posi­ti­vi­smo otto­cen­te­sco e il valo­re del­la ragio­ne che ha bloc­ca­to l’istintività uma­na, rac­chiu­den­do­la nel­le for­me del­la tec­no­lo­gia ed in ambien­ti spe­cia­liz­za­ti (le imma­gi­ni del­la lot­ta fra i due lot­ta­to­ri nel­la tele­vi­sio­ne), e ha por­ta­to l’uo­mo all’in­ter­no dei mec­ca­ni­smi alie­nan­ti del­la nuo­va socie­tà.

odissea nello spazio

 L’imperialismo del­l’in­tel­li­gen­za si é tra­dot­to nel­la rimo­zio­ne tota­le del­le emo­zio­ni e degli istin­ti, e quin­di nel­la sepa­ra­zio­ne dal­la natu­ra e del­la vita con cui essi man­ten­go­no l’uo­mo in rap­por­to più diret­to e imme­dia­to. Men­tre la natu­ra e la vita pro­ce­do­no dia­let­ti­ca­men­te per cicli di mor­te e nasci­ta, l’in­tel­li­gen­za pro­ce­de linear­men­te for­zan­do que­sti rit­mi natu­ra­li e pre­ten­den­do il suo domi­nio sul­la real­tà, dive­nen­do in tal modo mostruo­sa e distrut­ti­va.

 

Il mon­do di 2001 è matu­ro per la mor­te come sot­to­li­nea la musi­ca inten­sa­men­te malin­co­ni­ca di Kacha­tu­rian che accom­pa­gna l’e­si­sten­za mono­to­na e vuo­ta dei cosmo­nau­ti all’in­ter­no del Disco­ve­ry.

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Nel cor­so di que­sto viag­gio venia­mo a sape­re che é sta­to tro­va­to un mono­li­te, in appa­ren­za “sepol­to deli­be­ra­ta­men­te”, 4 milio­ni di anni pri­ma sul­la luna. La navet­ta atter­ra nei pres­si di uno sca­vo illu­mi­na­to aper­to attor­no a que­st’og­get­to. Gli uomi­ni in sca­fan­dro mar­cia­no ver­so il mono­li­to; uno degli stu­dio­si por­ta Ia mano ver­so il mono­li­to; uno di loro cer­ca di foto­gra­fa­re l’og­get­to enig­ma­ti­co, ma improv­vi­sa­men­te, con l’alba luna­re, si ini­zia a sen­ti­re nel casco una sor­ta di sibi­lo stri­den­te.

Anco­ra una vol­ta il mono­li­to nero riap­pa­re per rom­pe­re e met­te­re in cri­si l’ap­pa­ren­te sicu­rez­za, l’in­sie­me del­le con­qui­ste rea­liz­za­te dal­l’in­tel­li­gen­za uma­na.
L’uo­mo, sem­bra dir­ci la pre­sen­za dei mono­li­to, deve abban­do­na­re lo sta­to evo­lu­ti­vo a cui é giun­to, per poter giun­ge­re allo sta­dio del­l’ol­treuo­mo. L’in­tel­li­gen­za è sta­ta essen­zia­le nel­l’e­vo­lu­zio­ne uma­na, ma ora non basta più, per quan­to svi­lup­pa­ta e sofi­sti­ca­ta sia diven­ta­ta.
Ini­zia la dan­za attra­ver­so i pia­ne­ti.

Una lun­ga e bian­ca astro­na­ve, la Disco­ve­ry, sol­ca lo spa­zio ver­so Gio­ve. A bor­do vi sono gli astro­nau­ti Frank Poo­le e Dave Bow­man e altri com­po­nen­ti iber­na­ti.

hal 9000

Con loro o for­se in loro HAL 9000, il com­pu­ter di bor­do, comin­cia a dare segni di mal­fun­zio­na­men­to. HAL avver­te che un ele­men­to ester­no e in ava­ria. Frank esce per sosti­tuir­lo e HAL io sca­glia lon­ta­no nel­lo spa­zio,  inve­sten­do­lo con una cap­su­la.

Le mac­chi­ne tra­vol­go­no l’uo­mo con le stes­se debo­lez­ze uma­ne, in fon­do ogni crea­zio­ne é fini­ta pro­prio per­ché mate­ria, para­no­ia divi­na.

Abban­do­na­to Frank nel­lo spa­zio, Dave, in una tita­ni­ca rinun­cia alla vita per la vita, si diri­ge ver­so il vano cir­cui­ti del­la memo­ria di HAL, e li disat­ti­va mal­gra­do le implo­ra­zio­ni del com­pu­ter. Disat­ti­va­to HAL, scat­ta un mes­sag­gio pre-regi­stra­to che infor­ma Dave sul vero sco­po del­la mis­sio­ne, di cui era a cono­scen­za il solo HAL: il mono­li­to tro­va­to sul­la Luna emet­te­va segna­li in dire­zio­ne di Gio­ve, ma la sua fun­zio­ne é rima­sta miste­rio­sa. In que­sta sce­na emer­ge uno dei pro­ta­go­ni­sti più inte­res­san­ti dei film, ii com­pu­ter HAL.

2001 odissea nello spazio

 

hal 9000

Non é una figu­ra in car­ne ed ossa, ma la sua pre­sen­za é ovun­que: si per­ce­pi­sce attra­ver­so i dia­lo­ghi con gli astro­nau­ti e si rive­la nel­la figu­ra dell’occhio-camera che scru­ta l’equipaggio ana­liz­zan­do­ne i più pic­co­li par­ti­co­la­ri. Anche in que­sto “per­so­nag­gio” si mani­fe­sta la natu­ra con­trad­dit­to­ria del­l’in­tel­li­gen­za uma­na in esso ripo­sta: l’ap­pa­ren­te sicu­rez­za este­rio­re rive­la una neces­si­ta tut­ta inte­rio­re di far rie­mer­ge­re il carat­te­re ”uma­no” in esso pre­sen­te. Egli è appa­ren­te­men­te pri­vo di sen­ti­men­ti e segue sol­tan­to la sua logi­ca di sal­vez­za del­la mis­sio­ne, ma in real­tà pone se stes­so la di sopra di tut­to a costo di distrug­ge­re la vita uma­na. Il carat­te­re distrut­ti­vo del­l’in­tel­li­gen­za avvol­ge anche HAL, figu­ra che non rie­sce ad usci­re dal labi­rin­to del­la ragio­ne, dal suo meto­do di cono­scen­za e comu­ni­ca­zio­ne (Heu­ri­stic and ALgoritmic),perché non pos­sie­de “la chia­ve” del­l’i­stin­to uma­no di Dave.

Giun­to nel­l’or­bi­ta di Gio­ve tro­va un mono­li­to mol­to più gran­de, che si spo­sta len­ta­men­te nel vuo­to, for­se è il vuo­to. Abban­do­na­ta la Disco­ve­ry, Dave si avvi­ci­na al mono­li­to, che improv­vi­sa­men­te si riem­pie di stel­le spin­gen­do­lo a velo­ci­tà incre­di­bi­li attra­ver­so il cosmo, ver­so pia­ne­ti lon­ta­ni, ver­so il non più uma­no, ver­so l’o­dis­sea nel­lo spa­zio…

pink floyd

la por­ta del­la dimen­sio­ne spa­zio — tem­po si apre ed ini­zia un viag­gio nel­la luce, nei colo­ri, nel­le for­me, nel miste­ro del­la mate­ria; lo sguar­do ester­re­fat­to del­l’a­stro­nau­ta rime­sco­la alle fan­ta­sma­go­ri­che visio­ni, fino ad esse­re uni­fi­ca­to con esse.

 “L’uo­mo supe­ra lo sta­dio ani­ma­le con la tec­no­lo­gia e rag­giun­ge lo sta­to del supe­ruo­mo libe­ran­do­si di quel­la stes­sa tec­no­lo­gia.” Dave ha fat­to ricor­so alla distrut­ti­vi­tà e ai suoi istin­ti ani­ma­li per ucci­de­re HAL, il mostro onni­pre­sen­te e minac­cio­so. Qui è ini­zia­ta la tra­sfor­ma­zio­ne del­l’uo­mo ver­so il supe­ruo­mo.

viaggio dionisiaco

ll pas­sag­gio è sot­to­li­nea­to dal viag­gio allu­ci­na­to­rio di Dave: le for­me rego­la­ri e sim­me­tri­che del­la real­tà lascia­no il posto a figu­re irre­go­la­ri e inde­fi­ni­bi­li, ad un arco­ba­le­no di colo­ri che ren­do­no evi­den­te lo sfor­zo del per­so­nag­gio per entra­re nel­l’ol­tre.

La tele­ca­me­ra si spo­sta sul­l’oc­chio, che cam­bia colo­re ogni vol­ta che bat­te le ciglia.

2001 occhio

Quan­do le apre per l’ul­ti­ma e si ritro­va con l’a­stro­na­ve in una stan­za in sti­le Lui­gi XVI, chiu­sa erme­ti­ca­men­te, illu­mi­na­ta dal pavi­men­to, cir­con­da­ta da rumo­ri river­be­ra­ti. Ci sem­bra di vede­re un altro uomo, ma è lo stes­so Dave, mol­to invec­chia­to, nel suo sca­fan­dro; esplo­ra la came­ra, entra in una stan­za da bagno, si vede in uno spec­chio, avver­tia­mo il rumo­re di una pre­sen­za, si vol­ta e tor­na ver­so la came­ra prin­ci­pa­le: c’è un uomo in vesta­glia. E’ lo stes­so Dave, anco­ra più vec­chio, che man­gia, si vol­ta, poi si alza len­ta­men­te e vie­ne ver­so di noi, guar­da se c’è qual­cu­no nel­la stan­za del bagno, poi come se aves­se con­sta­ta­to che non c’è nes­su­no, tor­na a seder­si alla tavo­la imban­di­ta.

2001 odissea nello spazio specchio

2001 bowman

Spo­stan­do la mano fa cade­re un cali­ce; si vol­ta ver­so il let­to e vede una for­ma stra­na diste­sa sopra un let­to. E’ sem­pre Dave, mol­to vec­chio, che alza la mano per indi­ca­re il mono­li­to, com­par­so di fron­te al let­to. ln que­sta sce­na Dave ha ricon­qui­sta­to l’u­ni­tà con il mon­do che ave­va per­so attra­ver­so il domi­nio del­l’in­tel­li­gen­za. Sog­get­to e ogget­to tor­na­no a coin­ci­de­re, l’io si ritro­va nel­la tota­li­tà del­la real­tà. L’im­ma­gi­ne in cui Dave si spec­chia e ini­zia a vede­re le tra­sfor­ma­zio­ni del Dave invec­chia­to, con­fer­ma­no l’i­po­te­si evi­den­zian­do come l’uo­mo sia ritor­na­to all’in­ter­no del pro­ces­so di crea­zio­ne e distru­zio­ne del­la natu­ra. la Luna, poi la Ter­ra, una luce come di un altro pia­ne­ta di dimen­sio­ni equi­va­len­ti arri­va da sini­stra: è la testa di un feto gigan­te­sco asso­mi­glian­te a Dave, si vol­ge ver­so la Ter­ra e poi gira lo sguar­do ver­so di noi.

Così Dave diven­ta il Bam­bi­no del­le Stel­le, diven­ta luci­fe­ri­ca­men­te Dio dopo aver guar­da­to Dio. L’ul­ti­mo pas­so del­l’e­vo­lu­zio­ne è com­piu­to, pro­prio quan­do nul­la ormai ha più il sapo­re del­l’uo­mo.

starchild 2001 odissea

Appro­fon­di­men­to

“The ulti­ma­te trip — 2001 Spa­ce odys­sey”

Così recì­ta­va­no le locan­di­ne del film alle por­te del­la sua pri­ma appa­ri­zio­ne al pub­bli­co. Un tito­lo ambi­guo e di dif­fi­ci­le inter­pre­ta­zio­ne che richia­ma alla nostra men­te le pere­gri­na­zio­ni di Ulis­se, all’in­ter­no però del vasto pano­ra­ma moder­no del­la tec­no­lo­gia e del­le con­tem­po­ra­nee sco­per­te scien­tifi­che.

ll risul­ta­to di que­sto “stra­no” con­nu­bio è tut­ta­via sor­pren­den­te e affa­sci­nan­te, ric­co di innu­me­re­vo­li col­pi di sce­na nel qua­le il pub­bli­co rima­ne spes­so diso­rien­ta­to, ma pia­ce­vol­men­te attrat­to dal suo carat­te­re pro­fon­da­men­te enig­ma­ti­co. ll film, come evi­den­te nel tito­lo, è il viag­gio del moder­no Ulis­se, Dave Bow­man, l’uo­mo arco, la cor­da tesa ver­so l’i­nfi­ni­to, l’as­so­lu­to: Ulis­se è l’e­roe che per­cor­re il confi­ne del­l’u­ma­no, l’uo­mo che ascol­ta il can­to del­le sire­ne, il vian­dan­te che accet­ta l’i­gno­to e var­ca le colon­ne d’Er­co­le. Attra­ver­so la figu­ra del­lo spi­ri­to libe­ro, Nie­tzsche met­te a fuo­co uno dei temi-chia­ve del­la sua filo­so­fia: la vita del­l’uo­mo ha valo­re per i gran­di pro­get­ti che è capa­ce di espri­me­re. Esse­re vian­dan­te, secon­do Nie­tzsche, signi­fi­ca quin­di esse­re colui che gra­zie alla scien­za rie­sce ad eman­ci­par­si dal­le tene­bre del pas­sa­to, inau­gu­ran­do una filo­sofia del mat­ti­no che si basa sul­la con­ce­zio­ne del­la vita come tran­si­to­rie­tà e come libe­ro espe­ri­men­to sen­za cer­tez­ze pre­co­sti­tui­te, un pas­so deci­si­vo per dive­ni­re oltreuo­mo pro­prio come fa Bow­man: si libe­ra dal­le cer­tez­ze pre­co­strui­te, dal­la sicu­rez­za, da HAL.

 

Tut­ta­via lo spi­ri­to libe­ro è solo un vian­dan­te ver­so una meta anco­ra non chia­ri­ta. E dove dun­que voglia­mo arri­va­re? Al di là del mare? […] per­ché pro­prio in quel­la dire­zio­ne, lag­giù dove sono ƒino a oggi tra­mon­ta­ti tut­ti i soli del­l’u­ma­ni­tà? Un gior­no si dirà ƒor­se di noi che, vol­gen­do la prua a occi­den­te, anche noi spe­ra­va­mo di rag­giun­ge­re I’In­dia, ma che fu il nostro desti­no a nau­fra­ga­re nel­l’in­fi­ni­to?

[F. Nie­tzsche, Auro­ra]

 

Anche nel film non è chia­ra qua­le sia la meta del viag­gio, esso si con­clu­de con l’im­ma­gi­ne di un feto astra­le, nega una con­clu­sio­ne vera e pro­pria per inse­rir­si all’in­ter­no di quel ciclo natu­ra­le dove ogni cosa nasce, si svi­lup­pa e muo­re per una suc­ces­si­va rige­ne­ra­zio­ne. Cer­ta è comun­que la sua distan­za dal gene­re epi­co, nel qua­le i per­so­nag­gi e le loro vicen­de si costrui­va­no all’in­ter­no di un dise­gno ideo­lo­gi­co uni­ta­rio e orga­ni­co che cele­bra­va i valo­ri di un’in­te­ra civil­tà.

Nel film, al con­tra­rio, i per­so­nag­gi resta­no abban­do­na­ti al loro desti­no, risco­pro­no un tota­le smar­ri­men­to di fron­te alla vasti­tà di uno spa­zio infi­ni­to dove l’uo­mo ha per­so le sue coor­di­na­te. ll sen­so del­le vicen­de, di cui i per­so­nag­gi si ren­do­no pro­ta­go­ni­sti, e i valo­ri eti­ci e mora­li non sono dati come nel roman­zo epi­co, ma van­no ricer­ca­ti costan­te­men­te con la più nuda con­sa­pe­vo­lez­za che dif­fi­ci­le è la con­qui­sta del­l’ob­biet­ti­vo e la posta in gio­co è il desti­no del­l’i­den­ti­tà del­l’in­te­ro gene­re uma­no.

Il viag­gio dun­que non è il sem­pli­ce sfon­do del film, piut­to­sto uno dei temi cen­tra­li in quan­to esso costi­tui­sce la pos­si­bi­li­tà e soprat­tut­to la neces­si­tà di risco­pri­re la dimen­sio­ne auten­ti­ca del­l’uo­mo, la sua vera natu­ra che il mon­do del­la tec­no­lo­gia e del­le ideo­lo­gie han­no coper­to. L’ar­te, in que­sto caso il cine­ma, si pro­po­ne di affran­ca­re lo spi­ri­to del­l’uo­mo, di libe­rar­lo dal­le sovra­strut­tu­re del­l’u­ma­ni­tà, ren­den­do­ci coscien­ti attra­ver­so la sua cono­scen­za con­tem­pla­ti­va e non uti­li­ta­ria degli scom­pen­si del rea­le. Ci met­te di fron­te allo spec­chio, pro­prio come fa Bow­man nel­la stan­za in sti­le Lui­gi XVI, per­met­ten­do­ci di ritro­va­re attra­ver­so una sor­ta di regres­sio­ne ver­so la nostra infan­zia quel rap­por­to di imme­dia­tez­za e inge­nui­tà con il mon­do che l’u­ma­ni­tà ha nasco­sto die­tro alle sue fal­se illu­sio­ni del pro­gres­so.

Zara­thu­stra, in un cer­to sen­so, si rein­car­na in Kubrick.

Nie­tzsche, ha ela­bo­ra­to, attra­ver­so un con­fron­to con il mon­do degli anti­chi, una pro­fon­da ana­li­si del nove­cen­to, evi­den­zian­do, secon­do la lezio­ne di Scho­pe­n­hauer, l’a­spet­to con­trad­dit­to­rio di que­sto seco­lo: in ori­gi­ne nel mon­do esi­ste­va­no due for­ze oppo­ste e il loro con­tra­sto è a fon­da­men­to del­la vita. Que­sta dupli­ci­tà del­lo spi­ri­to si mostra attra­ver­so le masche­re di Apol­lo e Dio­ni­so.

Apol­lo è il dio del­la luce e del­la chia­rez­za, del­la misu­ra e del­la for­ma: l’a­pol­li­neo sim­bo­leg­gia l’in­cli­na­zio­ne pla­sti­ca, la ten­sio­ne alla for­ma per­fet­ta; Dio­ni­so è il dio del­la not­te e del­l’eb­brez­za, del cao­ti­co e del­lo smi­su­ra­to: il dio­ni­sia­co sim­bo­leg­gia l’e­ner­gia istin­tua­le, l’ec­ces­so, il furo­re. Esso è impul­so di libe­ra­zio­ne e di abban­do­no.

Con il pas­sa­re dei seco­li l’uo­mo si è l’evoluto/involuto cer­can­do di razio­na­liz­za­re l’ir­ra­zio­na­liz­za­bi­le spin­to da un biso­gno di ras­si­cu­ra­zio­ne, dal­l’e­si­gen­za di ren­de­re tol­le­ra­bi­le il disor­di­ne del­la vita, fago­ci­tan­do cosi la com­po­nen­te del­la for­za dio­ni­sia­ca e decre­tan­do in tal modo non solo la fine del­la tra­ge­dia ma anche quel carat­te­re di indub­bia orga­ni­ci­tà e com­pat­tez­za che si crea­va al suo inter­no dal con­flit­to dia­let­ti­co di que­ste due par­ti.

La scon­fit­ta, la fru­stra­zio­ne, il sen­so di impo­ten­za sono aspet­ti ormai evi­den­ti nei pro­ta­go­ni­sti del film che sco­pro­no nel­la tec­no­lo­gia l’il­lu­sio­ne di dare un sen­so alla real­tà, di razio­na­liz­zar­la masche­ran­do però il carat­te­re cao­ti­co e irra­zio­na­le del­lo spi­ri­to dio­ni­sia­co. Il con­flit­to lace­ran­te tra spi­ri­to apol­li­neo e spi­ri­to dio­ni­sia­co si risol­ve­va, nel­la anti­chi­tà, nel­la pro­mes­sa di una rige­ne­ra­zio­ne del­l’e­roe: l’an­go­scia e la sof­fe­ren­za di una “dop­pia” real­tà lascia­va il posto ad una catar­si, ad una puri­fi­ca­zio­ne inte­rio­re che can­cel­la­va, nel momen­to del­la mor­te, la sof­fe­ren­za del­l’in­di­vi­duo per ripor­tar­lo ad una nuo­va vita.

Nel­la moder­ni­tà la scom­par­sa del­la com­po­nen­te irra­zio­na­le del­lo spi­ri­to dio­ni­sia­co, a cau­sa di una ragio­ne tota­liz­zan­te e chia­ri­fi­ca­tri­ce, ha decre­ta­to la fine del­la pos­si­bi­li­tà del­la rige­ne­ra­zio­ne: HAL, il com­pu­ter uma­noi­de, muo­re e la sua mor­te è defi­ni­ti­va, sen­za pos­si­bi­li­tà di pro­iet­tar­si ver­so una nuo­va esi­sten­za; la sua mor­te è rico­strui­ta nel pas­sag­gio che riper­cor­re le tap­pe ver­so la sua infan­zia, è un ritor­no al pas­sa­to che pre­clu­de l’e­ter­ni­tà del suo siste­ma. Ma c’è un uomo, e que­sto è Dave Bow­man (la cui tra­du­zio­ne let­te­ra­le arco-uomo) che esce dal mon­do del­la tec­no­lo­gia per ritro­va­re nel­la natu­ra istin­tua­le e pul­san­te del­l’uo­mo l’au­ten­ti­ci­tà del­la pro­pria iden­ti­tà.

Scol­le­ga il com­pu­ter, lascia il carat­te­re dog­ma­ti­co e asso­lu­to del­la ragio­ne, per ritro­va­re l’in­ge­nui­tà del pri­ma­te e una nuo­va ragio­ne que­sta vol­ta aper­ta e pro­ble­ma­ti­ca. Supe­ra la fase di ser­vi­tù nei con­fron­ti del­la mora­le e del­la scien­za per risve­glia­re la liber­tà che è in lui; la sua è una volon­tà che da cri­ti­ca diven­ta man mano pro­dut­ti­va ver­so l’es­sen­za dio­ni­sia­ca del­la liber­tà uma­na e il gio­co crea­ti­vo del­la vita. Nel­l’o­riz­zon­te side­ra­le, segna­to come limi­te da supe­ra­re attra­ver­so la figu­ra del mono­li­to, l’a­stro­nau­ta, con le sue sole for­ze, si spin­ge “oltre l’uo­mo” per ritro­var­si, per ripren­de­re su di sé la poten­za del­l’i­stin­to.

Cre­do che c’è una stret­ta con­nes­sio­ne tra Hai­ku e foto­gra­fia.
Per chi non sapes­se cosa sia­no gli Hai­ku alle­go qual­che esem­pio, citan­do i miei pre­fe­ri­ti, e la pre­fa­zio­ne di un’an­to­lo­gia scrit­ta da Leo­nar­do Vit­to­rio Are­na (docen­te pres­so l’U­ni­ver­si­tà di Urbi­no).

“Non esi­sto­no foto bel­le o foto brut­te. Solo foto pre­se da vici­no o da lon­ta­no.”
Robert Capa

Il gran­de foto­gra­fo quan­do scat­ta un’i­stan­ta­nea fa par­te del­l’in­sie­me, del momen­to.
È in mez­zo all’at­ti­mo che vuo­le immor­ta­la­re. Vive un’e­mo­zio­ne e rac­chiu­de lo sguar­do che ha del mon­do ester­no su pic­co­le stri­sce di nitra­to d’ar­gen­to.
Impres­sio­ni­smo sog­get­ti­vo.
Una pre­ci­sa coor­di­na­ta del­lo spa­zio-tem­po.

Il sog­get­to del­l’­Hai­ku è una sce­na fuga­ce ed inten­sa, spes­so di quo­ti­dia­ni­tà, che descri­ve la real­tà e ne cri­stal­liz­za i par­ti­co­la­ri nel­l’at­ti­mo pre­sen­te.
Altra carat­te­ri­sti­ca è che il poe­ta di Hai­ku non si distac­ca mai dal­la real­tà per assu­me­re una posta­zio­ne pri­vi­le­gia­ta, da cui con­tem­plar­la, ma si iden­ti­fi­ca in essa, la pene­tra

Stes­sa “tec­ni­ca” ha la foto­gra­fia. Entram­be le arti voglio­no espri­me­re la bel­lez­za che si rac­chiu­de in un istan­te rapi­do, a vol­te quo­ti­dia­no, natu­ra­le. Il foto­gra­fo non si pone al di sopra del mon­do che immor­ta­la, ma attra­ver­so la foto­gra­fia con­di­vi­de uno sta­to d’a­ni­mo.
Un impres­sio­ni­smo sog­get­ti­vo come quel­lo del­l’­hai­ku.

D’al­tro can­to, inve­ce, la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria occi­den­ta­le mira gene­ral­men­te ad accen­tua­re la distan­za tra il let­to­re e l’au­to­re, per esal­ta­re le pre­ro­ga­ti­ve di que­st’ul­ti­mo nei con­fron­ti del­l’os­ser­va­zio­ne del­la real­tà. Ovvia­men­te ci sono visto­se ecce­zio­ni nel­l’am­bi­to nel­la poe­sia occi­den­ta­le (Word­sworth per esempio).¹

¹L. V. Arena,L’Haiku con­si­de­ra­zio­ni este­ti­che, II capitolo,Pillole Bur,2010

Acca­ta­sta­ta per il fuo­co,
la fasci­na
comin­cia a ger­mo­glia­re.
Bon­cho

Tri­stez­za
per il bam­bi­no mala­to
una gab­bia di luc­cio­le

Rifles­so del ruscel­lo
la ron­di­ne si lan­cia,
un pesce
Sai­ma­ro

Ini­zio d’au­tun­no
nel mare e nei cam­pi
un ver­de solo
Basho

Ragaz­za feli­ce di tro­var­si così
ad occhi chiu­si
in un gior­no pri­ma­ve­ri­le
Sei­shi

Sce­na nuda:
un cane nel vil­lag­gio
abba­ia ad una paz­za
Shi­ki

I fio­ri sono stu­pen­di,
e igno­ra­no
che io sono vec­chia.
Chi­ge­tsu

haiku e fotografiaSimo­ne Civi­ta 2013


Trat­to da “Hai­ku”, pre­fa­zio­ne di Leo­nar­do Vit­to­rio Are­na.
L’haiku si rifà, essen­zial­men­te, allo spi­ri­to giap­po­ne­se. La sem­pli­ci­tà del­la sua strut­tu­ra ripro­du­ce infat­ti com­po­nen­ti tipi­che del­la men­ta­li­tà giap­po­ne­se. L’at­mo­sfe­ra del­l’­Hai­ku, al pari del­la pro­sa di Bec­kett, è carat­te­riz­za­ta da inti­me pro­fon­di­tà, inac­ces­si­bi­li a una let­tu­ra disat­ten­ta: è come la pun­ta di un ice­berg, che cela un’al­tra mas­sa di gelo, nasco­sta e imper­cet­ti­bi­le. Solo quan­do l’autore è imme­dia­to e natu­ra­le, la com­po­si­zio­ne acqui­sta il suo valo­re e il let­to­re può goder­ne. Ci si deve cala­re nel­la real­tà, con­tem­plan­do­la come un pro­ces­so, una serie di even­ti estre­ma­men­te flui­di […].

Pen­tax K1000, Obiet­ti­vo 28 mm Chi­non, Pel­li­co­la IlFord FP4 125ASA

Pentax K1000 + AutoChinon
Pen­tax K1000

La Pen­tax K1000 è una mac­chi­na com­ple­ta­men­te mec­ca­ni­ca e Spar­ta­na: nes­sun auto­ma­ti­smo, no auto­scat­to, no inter­ru­to­re per l’e­spo­si­me­tro; alcu­ne carat­te­ri­sti­che scon­ta­te in una reflex del­la fine degli anni ’70. La casa sostie­ne che non ce n’è biso­gno, poi­ché la cel­lu­la al CdS non assor­be cor­ren­te se nell’obiettivo non entra luce. In altre paro­le, il tap­po dell’obiettivo fun­ge da inter­rut­to­re.
Spar­ta­na quin­di robu­stis­si­ma, sem­pli­ce e ver­sa­ti­le dal suo­no splen­di­do.
Impa­ra­re a foto­gra­fa­re sen­za nes­sun tipo di auto­ma­ti­smo die­tro a que­sta pos­sen­te mac­chi­na foto­gra­fi­ca è sta­ta una sen­sa­zio­ne uni­ca per me. Ci si sen­te nudi, il cer­vel­lo comin­cia a fare con­ti, CLACK CLACK…
Que­sta mac­chi­na si tro­va sui 50 euro e la con­si­glio viva­men­te a chiun­que voglia intra­pren­de­re l’e­spe­rien­za del­l’a­na­lo­gi­co.

Essen­do una Pen­tax ha l’at­tac­co otti­che “K” il che vi per­met­te di ave­re acces­so ad un immen­so par­co otti­che di ele­va­tis­si­ma qua­li­tà (par­lo degli obiet­ti­vi ori­gi­na­li Pen­tax).

Ormai le pel­li­co­le sono dav­ve­ro rare, sopra­tut­to in pro­vin­cia. Que­ste foto, che fan­no par­te tut­te del­lo stes­so rul­li­no, sono sta­te impres­sio­na­te su IlFord FP4 125 Asa. Tro­vo que­sto model­lo azzec­ca­to per i ritrat­ti.

Facoltà di Fisica a Genova
Facol­tà di Fisi­ca a Geno­va
Autoritratto
Auto­ri­trat­to
Genova, Facoltà di Fisica, Carlo G.
Geno­va, Facol­tà di Fisi­ca, Car­lo G.
Chiavari
Chia­va­ri
Chiavari
Chia­va­ri
Stazione Genova Brignole ritratto Ronny S.
Sta­zio­ne Geno­va Bri­gno­le ritrat­to Ron­ny S.
Coppia di amici in facoltà
Cop­pia di ami­ci in facol­tà
amici in facoltà
ami­ci in facol­tà
Ritratto
Ritrat­to
LAvagna
LAva­gna